Il principio della non trasmissibilità dell’esperienza

Guido Belforte

Da sempre sentiamo ripetere che il know-how è una dote preziosa e importante per ogni azienda e che costituisce una risorsa fondamentale su cui poter contare in ogni momento. In cosa consista il know-how è poi tutto da scoprire ed è chiaro che possono esistere risposte diverse, valide per situazioni differenti.

In ogni caso il know-how è un saper fare, basato su un insieme di conoscenze frutto di attività pregresse, acquisizioni esterne (licenze, brevetti, ecc.) e di esperienze di vario tipo. In una azienda tessile questa conoscenza può risiedere nel sapere esattamente i valori dei parametri di un processo e il peso della loro influenza nel processo stesso, in una industria meccanica nella procedura di dimensionamento di organi particolarmente critici, in una industria chimica nel dosaggio dei vari componenti e nella regolazione dei parametri, in una industria di macchine automatiche nei criteri di dimensionamento di meccanismi o nei criteri di valutazione dei fattori per la scelta dei componenti, in campo generale nel sapere quali sono i materiali da utilizzare o i processi di trattamento da applicare, ecc.

In ogni caso il know-how è una conoscenza da preservare, accrescere e trasmettere. Qui viene il punto più delicato: trasmettere un saper fare non è un atto formale, non consiste nel trasferire le chiavi di una cassaforte o dare le password di un software o cose del genere.  Il saper fare è qualcosa di diverso, è qualcosa che deve essere interiorizzato e compreso, che deve essere conquistato giorno per giorno con una dura esperienza. E’ una conoscenza che è fondamentalmente legata agli esseri umani. A questo punto il problema si sposta sul meccanismo di trasmissione della conoscenza tra esseri umani, problema complesso e spesso conflittuale.

Oggi si parla spesso di problema generazionale, di necessità di introduzione di giovani nella società operativa (problema assolutamente importante e indilazionabile), quasi ponendo in competizione e in alternativa persone giovani e persone di età maggiore. Tutto questo non ha molto senso: qualsiasi società civile, qualsiasi struttura organizzata e produttiva dovrebbe avere al suo interno persone di età diverse, in modo da realizzare un passaggio progressivo e graduale delle attività tra persone con livelli di competenza e di esperienza diversi, con un processo continuo e senza traumi.

Le discontinuità non giovano alla trasmissione della conoscenza, ma rischiano di produrre degli azzeramenti di esperienza, che obbligano a ripartire da livelli diversi, magari bassi, e far ripercorrere percorsi esplorativi e far ripetere passi già noti. Eppure questo fenomeno di azzeramento dell’esperienza è un fenomeno a cui si assiste, quasi rispondendo a un principio generale di non trasmissibilità dell’esperienza. Nella scienza e nella tecnica questo è un fenomeno comune, anche se ne manca la percezione.

Vi sono moltissimi esempi di cui ognuno può farsi testimone. Quante aziende hanno iniziato un periodo di declino con il peggioramento della produzione conseguente all’allontanamento di tecnici con forte know-how. Quanti lavori tecnico/scientifici vengono fatti oggi, presentando come innovativi risultati già noti da decenni, solo perché non c’è stato trasferimento di esperienza con la scomparsa di chi sapeva e si è persa la conoscenza delle cose.

Eppure tutto questo non è estraneo alla natura umana, ma ne fa parte. Il bambino inizia da zero il ciclo di apprendimento e non parte dallo stato delle conoscenze dei genitori. Diamo allora ai giovani tempo e modo di acquisire conoscenza, ma soprattutto cerchiamo di trasferire loro, senza reticenze, esperienza e know-how perché il processo di addestramento e di apprendimento sia veloce e non perda elementi di conoscenza importanti. L’industria e la società ne trarranno un sicuro giovamento.

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