C’era una volta la ricerca pubblica

 

Roberto Paoluzzi

C’era una volta, nemmeno troppo tempo fa, un tempo in cui chi faceva ricerca pubblica era pagato per avere idee, e per portarle avanti. Il confronto era basato sul confronto di idee e sulla possibilità di dimostrare la loro fondatezza in un libero confronto con altri, animati dallo stesso spirito. In quel tempo era possibile considerare un risultato positivo anche la dimostrazione dell’impossibilità di raggiungere un obiettivo, perché questo comunque consentiva ad altri di non ripetere lo stesso errore.

In quel tempo si collaborava e ci si confrontava sulle idee, e le conferenze internazionali erano frequentate da industrie che dedicavano persone allo scopo, come mi è capitato di verificare più volte personalmente, di “scan the field for ideas”, di esplorare la ricerca per cercare nuove idee. Poi venne un tempo in cui si decise di cambiare, si cominciò a pensare che la ricerca pubblica dovesse servire più direttamente il mercato e l’industria produttiva, accorciando i tempi di trasferimento delle buone idee verso l’impresa, mettendo in contatto diretto necessità produttive e offerta di ricerca. Idea perfetta, seguita con grande entusiasmo da tutti, ma a questa, come l’offerta di una bella mela avvelenata, è seguita una politica di continui e drastici tagli al finanziamento pubblico, fino a inaridire completamente l’humus del terreno su cui il ricercatore basava la propria attività, cioè il poter disporre di ciò che gli serviva a fare il proprio lavoro, senza il condizionamento di dover garantire la propria esistenza.

Dal momento in cui il finanziamento pubblico è sceso al di sotto della soglia di sostentamento delle proprie strutture, fino a non riuscire a coprire le proprie necessità stipendiali, è completamente mancata qualunque possibilità di fare una vera ricerca pubblica. Quando una struttura deve obbligatoriamente, prima di tutto, procurarsi dal mercato ciò che le serve per sopravvivere, senza alternative, il ricercatore non è più al servizio dell’impresa, ma è suo parassita, perché il primo obiettivo è quello di procurarsi dal mercato il suo sostentamento, qualunque sia il modo.

E qui si innesca una spirale perversa, a maggior ragione pericolosa, in un tessuto industriale in cui le PMI costituiscono la stragrande maggioranza delle industrie e generano il 70% del PIL nazionale, dati che si riflettono in misura anche amplificata nel settore manifatturiero in generale e oleodinamico in particolare. In questo contesto è inevitabile che imprese con una scarsa possibilità di destinare risorse ad attività di ricerca dall’esito incerto, privilegino una richiesta più dettata dalla necessità di risolvere problemi contingenti che non dalla volontà di inseguire obiettivi di medio e lungo termine, alla portata delle sole aziende più strutturate. Dall’altro lato, la necessità di reperimento di fondi da parte della ricerca, favorisce naturalmente da parte del ricercatore un approccio più opportunistico che, nel breve termine, garantisce anche una certa disponibilità economica, ma che inaridisce, o almeno non alimenta a sufficienza, le capacità propositive. I programmi di ricerca collaborativa, mediati da enti finanziatori, solo apparentemente possono mitigare questo distorto scenario, perché ancora una volta vengono interpretati più come strumenti di attuazione di tattiche che non di strategie, almeno da parte dei fruitori, se non da parte dei promotori.

Ovviamente sarebbe sbagliato generalizzare, non mancano esempi virtuosi in cui invece le azioni sono potenzialmente molto efficaci, ma si tratta di eccezioni, quando dovrebbero essere invece la regola. Il mondo della ricerca pubblica nazionale è ricco di idee, e l’industria italiana ha sempre brillato per capacità di adattamento e di iniziativa, ma si ha la sensazione che esista un perverso disegno nascosto che, come la Regina Jadis di Narnia, cerchi di pietrificarla in un lungo inverno senza Natale.

Solo con un appropriato programma di liberazione delle risorse economiche investite in ricerca da parte delle PMI e di un adeguato sostentamento del serbatoio di idee presenti in Enti di Ricerca e Università si potrà tornare a vedere la primavera.

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