Primo impianto italiano per la raccolta di rifiuti

È stato installato in Italia il primo impianto pneumatico per la raccolta degli scarti domestici, già in funzione in diverse città europee. Siamo andati a scoprire come funziona. E quali opportunità di business si aprono per le aziende del settore.

Esempio di punti di conferimento rifiuti sistema Envac dove gli utenti introducono i rifiuti.

Il primo impianto italiano è entrato in funzione ad aprile 2012. A utilizzarlo saranno le tre torri del quartiere milanese Varesine-Porta Nuova. Per la raccolta dei rifiuti, gli inquilini dei 400 appartamenti si affideranno a un sistema brevettato dall’azienda svedese Envac. Si tratta di una tecnologia per la raccolta dei rifiuti soldi urbani, utilizzata da ormai 50 anni nel paese scandinavo e diffusasi in diverse metropoli europee. Tra queste Londra, New York, Barcellona. Anche Parigi, dove l’impianto è stato recentemente installato in tre banlieu.

Un sistema ad aria compressa

Schema generale rappresentativo dell’impianto Envac di raccolta pneumatico dei rifiuti. Sono visibili: punti in cui gli utenti conferiscono i rifiuti, interni alle abitazioni o su strada; la rete di trasporto rifiuti sotterranea; la centrale di raccolta dove i rifiuti arrivano e vengono indirizzati ai rispettivi container (uno per frazione).

È quella che serve a risucchiare la spazzatura dalle abitazioni, convogliarla in serpentoni metallici e portarla, alla velocità di 70 chilometri orari, fino ai centri di raccolta. In questo modo si riducono due problemi: i cattivi odori e i camion per strada, che nelle città in cui il sistema è in funzione da tempo sono diminuiti del 90 per cento. Certo, per creare aria compressa serve comunque energia, ma sempre meno inquinante rispetto a quella necessaria per muovere i camion. Per questo, dopo Milano, altre città italiane potrebbero adottare il metodo svedese. «Siamo in trattativa per portare questa tecnologia anche a Roma, Venezia e Torino» spiegano da Envac, la cui sede italiana si trova nel capoluogo lombardo. Oltre ai vantaggi ambientali, il sistema dovrebbe fare risparmiare parecchi soldi alle aziende che raccolgono i rifiuti. «Il costo per tonnellata di rifiuto raccolto si aggira sui 60 euro per noi» calcola Massimiliano Mutti, country manager per l’Italia di Envac «mentre la media nazionale raggiunta con il sistema tradizionale è di 102-103 euro per tonnellata». Insomma, risparmiando sull’utilizzo dei camion le municipalizzate dovrebbero abbattere i costi di raccolta e mantenerli costanti nel tempo. Ma come funziona un impianto simile? E che possibilità si aprono per produttori e distributori di applicazioni pneumatiche? Partiamo dal sacchetto della spazzatura. In ogni appartamento si trova una botola collegata al pian terreno del palazzo. Quando il residente vuole liberarsi dei suoi rifiuti, non deve fare altro che aprire la botola e gettarvi il sacchetto. Più o meno lo stesso sistema dei palazzi di una volta. La differenza è che invece di finire nel locale spazzatura, dove poi qualcuno dovrà venire a raccoglierlo per trasportarlo in discarica o al centro di riciclaggio, il sistema firmato Envac permette che quel rifiuto termini in un tubo che lo trasporterà automaticamente, grazie all’aria compressa, in un centro di raccolta. I tubi sono vari, visto che per ogni tipo di scarto solido esiste un percorso differente. All’utente non resta che scegliere il pulsante giusto sulla botola, ognuno dei quali indica un tipo di rifiuto diverso. Quando vorrà gettare la plastica, ad esempio, schiaccerà un tasto facendo in modo che quel sacchetto vada a finire nel tubo riservato alla plastica.

Schema del punto di conferimento rifiuti e del locale valvole sottostante. Al piano superiore l’utente inserisce il rifiuto attraverso il portellino. Il rifiuto cadendo nel tubo verticale raggiunge la valvola dei rifiuti.

Tutto il sistema è costruito in autonomia

Insomma, un’autentica rivoluzione per la raccolta dei rifiuti in città. E tutta basata sull’aria compressa. Che possibilità si aprono per il settore della pneumatica? Spiega Massimiliano Mutti «vista l’eterogeneità dei rifiuti che trasportiamo, ci siamo dovuti costruire l’impianto in casa. A differenza di un sistema di posta pneumatica, dove l’oggetto da trasportare ha caratteristiche costanti, nel mondo dei rifiuti si va infatti dal tipico sacchetto alla buccia di banana. Ci sono dunque differenze sia a livello di peso che di dimensione. Ma esiste anche un altro aspetto che rende i nostri impianti particolari rispetto agli altri. Prendiamo il caso di un sistema per ospedale, dove la comunicazione è bidirezionale, con diverse stazioni di partenza e arrivo. Per i rifiuti abbiamo invece più stazioni di partenza, ma un’unica stazione di arrivo: è dunque un sistema mono-direzionale, che va cioè dalla periferia alla centrale di raccolta».

Esempio di punti di conferimento rifiuti sistema Envac dove gli utenti introducono i rifiuti.

Negli anni ’70, quando Envac installò il primo impianto a Stoccolma, non esisteva nulla del genere. Per questo l’azienda decise di sviluppare tutto in autonomia. Anche il sistema pneumatico, cilindri ed elettrovalvole incluse. Come fare ad inserirsi in questo business? Prima bisogna capire quali sono gli elementi del sistema.

Il funzionamento

Il sistema è dotato di punti di conferimento dove gli utenti introducono i rifiuti prodotti. Come mostrato nella schema generale in apertura, questi punti possono essere installati all’interno delle abitazioni o su strada. Attraverso un portellino l’utente inserisce i rifiuti all’interno dei tubi verticali dove rimangono stoccati temporaneamente grazie a una elettrovalvola che divide il punto di conferimento dalla rete orizzontale di trasporto.

Quando il sistema si mette in funzione, viene creata una depressione aspirando aria su un ramo dell’impianto dalle periferie verso il centro. Per fare in modo che questo avvenga, insieme al tubo di trasporto orizzontale ne vengono posizionati altri due: uno, chiamato tubo corrugato, che contiene al suo interno un cavo dati in fibra ottica, e un altro al cui interno passa l’aria compressa. L’ordine di apertura e chiusura della elettrovalvola, inviato dal software della centrale, arriva al plc periferico attraverso il cavo in fibra ottica. Insieme all’impulso informatico giunge anche la pressione del compressore (potenza di 7,5 kW, dotato di start and stop) che conferisce la forza necessaria per aprire e chiudere l’elettrovalvola periferica.

Fino a 400 elettrovalvole

«Le nostre elettrovalvole» precisa Massimiliano Salerno, responsabile progettazione mercato Italia di Envac «lavorano sia in apertura che chiusura, così da poter sempre controllare la loro posizione. Se invece utilizzassimo un’elettrovalvola a molla, non avremmo lo stesso controllo sull’impianto e rischieremmo di mischiare le varie frazioni di rifiuto».

Valvole dei rifiuti tradizionali, comunemente utilizzate nel 90% dei progetti: si trovano alla base del tubo verticale, creano la capacità di stoccaggio temporaneo dei rifiuti e, una volta aperte, fanno cadere i rifiuti nella rete di trasporto orizzontale per essere trasferiti nella centrale di raccolta.

Quante sono in totale le elettrovalvole? «Su impianto possiamo arrivare ad averne fino a 300-400, e questo considerando solo quelle che stanno sotto i punti di conferimento» calcola l’ingegnere. «Poi ce n’è una che serve per dare accesso all’aria esterna, cioè per creare il flusso d’aria necessario a trasportare rifiuti. Di queste ne usiamo una ogni fine ramo: quindi si va  da un minimo di 20 a un massimo storico di 150, raggiunto in un impianto installato a Vitoria, la città più popolosa dei Paesi Baschi». Non è finita qui. Questi sistemi sono dotati di reti che possono raggiungere anche gli 11 chilometri di lunghezza. Per sezionarle, e poter così utilizzare un ramo alla volta, vengono usate delle elettrovalvole di sezionamento. Quante? «Dipende dal disegno della rete» premette Salerno «in media si va dalle due alle otto». Facendo un rapido calcolo, un impianto targato Envac dispone dunque al massimo di circa 430 elettrovalvole. «Tutte pneumatiche» sottolinea Mutti «e questo dipende da vari motivi. Innanzitutto in questo modo possiamo usare una sola tecnologia. In secondo luogo, non dobbiamo prendere energia in periferia, ma con un solo compressore situato nella nostra centrale (quello installato a Milano è dotato di essiccatore per eliminare umidità nella rete e disoleatore per eliminare eventuali grassi, ndr) possiamo dare forza a tutte le valvole. Infine, usare elettrovalvole ad aria compressa ci permette di evitare l’utilizzo di pistoni idraulici, optando invece per quelli pneumatici che richiedono minore manutenzione e non vanno ricaricati».

Come detto, tutte le elettrovalvole vengono prodotte direttamente da Envac negli stabilimenti svedesi e in quelli spagnoli. «In realtà da qualche tempo abbiamo delocalizzato in Cina la produzione di quelle utilizzate sulle colonnine (300-400 a impianto, ndr), ma stiamo riscontrando qualche problema visto che il fornitore non è in grado di garantirci la costanza di qualità necessaria». Come dire: l’azienda svedese valuta offerte. «Sì, siamo interessati» dice senza giri di parole Mutti «ma è bene che chi si propone abbia in mente le nostre esigenze. Dal punto di vista tecnico, quelle fondamentali sono due. Le elettrovalvole, quando sono chiuse, devono essere in grado di sorreggere un peso di 250 kg con l’aiuto di un magnete. Inoltre devono avere un sistema di filtraggio dell’aria che eviti l’inceppamento, visto che il materiale trasportato è estremamente sporco e invasivo». Gli impianti lavorano con depressione di 30/40 kPa e le dimensioni delle elettrovalvole, tutte realizzate in acciaio al carbonio, sono imponenti: 76 cm di diametro, 46 cm di altezza, 150 kg di peso.

Un’elettrovalvola enorme per Milano

Valvola di smistamento rifiuti tipo “Octopus” utilizzata per il progetto di Milano.

C’è poi un componente particolarmente grande che potrebbe svilupparsi nei prossimi anni. «Nelle torri milanesi del quartiere Varesine-Porta Nuova, così come in tutti gli altri grattacieli futuri» precisa Mutti «utilizziamo una elettrovalvola enorme: 3,8 metri di altezza, 3,3 metri di lunghezza, 1,95 metri di larghezza, 1,8 tonnellate di peso». Il gigante si chiama Octopus (vedi foto) e ha una funzione specifica: permette di usare un solo tubo. L’utente seleziona infatti la tipologia di rifiuto, la valvola gira sul canale giusto, e così il sacchetto ci finisce dentro risparmiando l’ingombro dei vari tubi attualmente utilizzati nella gran parte degli impianti Envac sparsi per il mondo.

Portellino di conferimento rifiuti associato alla valvola Octopus Si tratta della “porta” in cui gli utenti gettano i rifiuti qualora si utilizzi la valvola denominata “Octopus”: in questo caso particolare c’è un unico tubo verticale che collega ogni piano alla valvola. In questo caso l’utente sceglie con la pulsantiera una delle 4 frazioni di rifiuto che può buttare.Portellino di conferimento rifiuti associato alla valvola Octopus Si tratta della “porta” in cui gli utenti gettano i rifiuti qualora si utilizzi la valvola denominata “Octopus”: in questo caso particolare c’è un unico tubo verticale che collega ogni piano alla valvola. In questo caso l’utente sceglie con la pulsantiera una delle 4 frazioni di rifiuto che può buttare.

Restando sulle valvole, per chi non può permettersi produzioni tanto invadenti ci sono altre opportunità di business. Ogni impianto realizzato da Envac è infatti dotato di 200-300 valvole rubinetto dotate di spurgo. Sono quelle che servono per scaricare all’esterno del tubo (16 mm di diametro) l’eventuale umidità che si crea all’interno. Tutti pezzi che l’azienda compra attualmente sul mercato. Vengono invece prodotti in casa i cilindri. In ogni impianto ce ne sono parecchi, tanti quanti le elettrovalvole. Le caratteristiche? «Sono pistoni classici, in alluminio, con una forza che varia dai 5 agli 8 bar, ognuno dotato di un sensore di operatività e di uno di posizione» dice Massimiliano Salerno. Niente di impossibile da realizzare, dunque. Da Envac Italia ricordano però un particolare fondamentale: «È indispensabile che i nostri fornitori possano darci una copertura almeno a livello europeo. Questo significa garantire che il servizio di manutenzione sia attivo in un massimo di 6 ore per interventi di primo livello, e non oltre i 2-3 giorni di tempo per gli interventi di secondo livello. D’altra parte» conclude Mutti «noi facciamo impianti di pubblica utilità, e dobbiamo fornire un servizio continuo».

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